Nepal: un piccolo assaggio di sacralità.

Un viaggio in Nepal è un viaggio che mette alla prova qualsiasi concetto di “sacro” con cui ognuno di noi parte da casa… anzi, mette alla prova qualsiasi concetto!

Una delle esperienze che più ho apprezzato per la maestosità, in questo paese così “assurdo” e diverso dai nostri canoni, è stato senza dubbio il volo sull’Himalaya che vi ho già illustrato.

A proposito dell’Everest sono infiniti e così diversi gli aspetti del sacro che è impossibile farne un elenco attendibile; basta una piccola ricerca in rete per rendersene conto.

In questo post colgo lo spunto suggerito da Monica sul suo blog con “Il sacro dei miei viaggi” per approfondire alcuni aspetti del sacro in Nepal.

Il mio sarà un post diverso dal solito, non è da me scegliere solo tre foto. Amo la fotografia e spesso ritengo che non abbia bisogno di commenti e sia la cosa più obiettiva, più soggettiva ed oggettiva allo stesso tempo, per rendere l’idea di un luogo, di un istante, di una situazione… e in questo caso di un qualcosa che non si comprende.

Eccomi quindi a selezionare le sole tre che ritengo più significative. Però Monica, poi dobbiamo aumentare questa storia e arrivare almeno a dieci, non ce la posso fare a sceglierne così poche! Infatti non vi posso far vedere la Kumari, non vi posso far vedere la cerimonia tibetana, i templi sparsi in città, le donne in preghiera e molto altro.

Comunque ecco qui le mie tre foto.

Non hanno bisogno di molti commenti, né tanto meno di pareri. Forse solo un minimo di contestualizzazione, che è molto difficile in certi frangenti riuscire a dare. E’ difficile perché sarebbe troppo facile un giudizio che emerge sempre con forza, è difficile perché non può essere estrapolata dal contesto e allo stesso modo il contesto è per noi difficile – anzi, impossibile – da capire.

Non si riesce a spogliarsi delle vesti di turista e soprattutto non si riesce a non giudicare, per quanto uno ci provi.

1 – Questo è un luogo in cui vengono effettuati sacrifici animali. Polli, galli, galline, capre,… portati al tempio con la teleferica (pagando il biglietto di sola andata) e sacrificati qui in una cacofonia di suoni, odori, confusione (e voltastomaco per noi occidentali), indescrivibili. 

Non sono schizzinosa, mangio carne e ho sempre abitato in campagna fin da piccola. Ho sempre visto ammazzare un pollo o un coniglio e non ne faccio un discorso perbenista o di falso moralismo, ma vi assicuro che vedere queste persone scalze (notare il pavimento), intorno un odore nauseante, con questo animale che viene portato via con la testa mozzata e il sangue che schizza ovunque addosso a chi sta intorno, sulle camicie bianche, mentre ancora le terminazioni nervose lo fanno scuotere… è davvero un’esperienza nauseante.

Ho una foto di quello che ho appena descritto, ma non ce la faccio proprio a postarla.

La cosa più difficile è stata quella di cercare di mediare il tutto a mia figlia dodicenne. Lei, già da noi preparata a quello che stava per vedere, osservava il tutto spalancando gli occhi ed esclamando saccente: “Mamma. Puoi dire quello che vuoi. Non lo dirò mai a nessuno perchè so che non sei d’accordo e non vuoi, ma non puoi impedirmi di pensarlo. Noi siamo una civiltà superiore!”.

E in quel momento io ero senza parole e continuavo a chiedermi se viaggiare le apre davvero la mentalità come ho sempre sostenuto o gliela sta chiudendo in maniera ermetica!

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2 – Qui abbiamo il contrasto tra sacro e profano. I santoni al tempio vivono di offerte. La povera gente che muore di fame regala – e spreca – in questi luoghi – denaro, riso, frutta e molto altro.

Non ho mai fatto mistero del fatto di essere credente. In questi luoghi che non ci appartengono per cultura e tradizione, davanti alle scene surreali che si vivono, in luoghi dove la nostra fede non c’entra nulla, si viene messi alla prova. Ci si interroga, ci si domanda, non nego che… sì, si dubita anche.

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3 – Per ultimo ho lasciato questa foto. Se non scrivessi nulla probabilmente, da sola, emanerebbe gioia e allegria.

I bambini vengono donati al tempio dai genitori già a partire dai 4 o 5 anni.

Per loro, da bambini, è un onore essere lì: giocano, studiano, si divertono e mangiano regolarmente. Quando più grandi fanno da guide ai turisti che visitano il tempio, si apprestano ad affermare con forza e fermezza di essere lì per loro libera scelta e di essere ben contenti di fare il monaco. Lo affermano però troppe volte, anche quando non viene loro chiesto nulla.

Sicuramente è una condizione privilegiata la loro, ma io, troppo spesso in questo paese, mi faccio pervadere da una tristezza infinita.

Da mamma non posso non pensare a questi bimbi che non proveranno mai il calore di un abbraccio, il bacio della mamma e del papà alla sera e al mattino. Il calore di un’accoglienza in famiglia davanti ai primi problemi adolescenziali.

L’amore di una mamma non può essere ridotto ad una questione di culture diverse!

Davanti a queste scene mia figlia si interroga a voce alta se è meglio o peggio essere Kumari o monaco. La Kumari è una dea bambina scelta con metodi terrificanti intorno ai 3 o 4 anni, viziata e venerata, vive secondo regole assurde e torna alla vita normale al suo primo ciclo mestruale.

Io le ho risposto che per me era meglio la Kumari: almeno era a termine. Valeria prima prova a dire che è meglio essere monaco perchè loro giocano insieme e si divertono (e qui esce con forza il suo rammarico di essere figlia unica e il suo farmelo notare con fare subdolo ad ogni occasione!). Poi ci pensa un po’. Mi guarda ed esclama:

“Mamma. Ti rendi conto di che razza di domanda ho fatto??? E’ come chiedere se preferisci farti tagliare il braccio destro o la gamba sinistra!”.

Come non definirla un’esclamazione di grande saggezza???

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Info su Liliana Monticone

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